Adesso bisognava abituarsi ad essere un italiano qualunque tra tanti italiani affamati e impazienti a mettersi addosso la loro veste di profughi. E anche a sentirsi soli e a
sentir il peso della parola “abbandono”.
I miei collaboratori erano partiti e le giornate che mi si aprivano dinnanzi contavano soltanto come il tempo per preparare il “rimpatrio”: la parola prendeva un sapore carnale che ci aiutava a resistere.
Cominciava una vita impoverita e affinata dagli anni della segregazione e dai miei di ospedale, una squallida vita insidiata di accuse e sospetti.
Per affrontare e per preparasi a reagire occorreva dimenticare la felicità dell’infanzia e degli agi e il prestigio e la vanità della carriera. E cominciare a Shanghai in quello strano odore di tuberose stantie che era quello della mia convalescenza.
Da “Dopo guerra a Shanghai” di F.M.Taviani (ex ambasciatore d’Italia in Cina dal 1938 al 1943)