All’ombra dell’ingresso della cucina Earl Copen vide il grosso e sgraziato camion che scendeva giù dalla rampa. Aveva le labbra serrate e gli occhi chiuse come fessure per impedire che gli bruciassero. Il suo amico se n’era andato e lui era rimasto li, però era meglio che almeno uno fosse libero, piuttosto che nessuno dei due. Tuttavia il dolore era profondo, ma quando il camion scomparve si voltò e rise ironicamente, sbuffando.
Ah, vaffanculo. Qui dentro io sono qualcuno. E probabilmente là fuori morirei di fame. Era un modo come un altro di vedere la questione
da ANIMAL FACTORY di Edward Bunker 

Ho iniziato con i miei cinquant’anni da vivere e me ne sono bruciati trenta.
Ci sono troppo dentro per lasciar perdere.
L’unico posto dove mi trovo a mio agio è in mezzo ai ladri.
Io sono un ladro, e la prigione è l il risultato inevitabile.
Noi non pensiamo a rimanere fuori per il resto della nostra vita, ma solo a quanto tempo tra una condanna e un’altra. Se ti riesce cinquanta e cinquanta, è un successo. L’ultima volta sono rimasto fuori quattro anni, e rubavo tutti i giorni.
Mi sono fatto la bella vita per tutti e quattro gli anni. Vegas, Acapulco, Miami, tutto il giro giusto.
Così almeno ho dei ricordi.

Nel giro di 3 mesi aveva letto più libri che in tutta la sua vita precedente. Gli si allargò la mente, le sue percezioni si fecero più acute, perché ciascun libro era un prisma che rifrangeva la verità infinitamente variegate dell’esperienza.
Alcuni erano Telescopi, altri microscopi.
da ANIMAL FACTORY di Edward Bunker
Earl si sentì bene. Il sole era caldo e l’aria fresca. Arrivare li dalla buca era come passare dalla prigione alla strada: provò la stessa allegria.
da ANIMAL FACTORY di Edward Bunker
Quando Earl li chiese se fosse un criminale incallito gli disse una bugia, pensando che gli facesse piacere.
Voleva parlarle dei ragazzi cresciuti in riformatorio che deformavano la propria personalità al punto che le prigioni diventavano tutta la loro vita, e le cui reputazione si basava sulla violenza.
Voleva parlarle del razzismo che andava al di là del razzismo per trasformarsi in ossessione da entrambi le parti. E di come lo stava influenzando il fatto di essere oggetto di odio omicida solo perché era bianco. Suscitava paura, e il seme dell’odio ne era la risposta.
Non poteva scrivere niente di tutto ciò, quindi alla fine firmò la lettera.
Le stava mettendo nella busta quando l’altoparlante latrò:
“Luci spente tra dieci minuti!”
da ANIMAL FACTORY di Edward Bunker