
Non tutti sono come Donnie Darko. Non tutti riescono a somatizzare il Cuore nero, un Centro nevralgico presente in ognuno di noi, colmo di inchiostro, pronto a macchiare il nostro sangue con quella cupezza intima e felice, che droga appena la terra, con profonde influenze celesti.
Ogni sera uscivo a contemplare il silenzio nei dintorni del mio giardino. Altra distanza e altra consistenza la strada esterna che accelerava il tempo e lo spazio, lontana come gli aerei sulla testa.
I dintorni erano fatti di piccoli isolati verdi e singole villette. A quell’ ora riposavano tutti, a parte poche luci accese in cucine insonni.
Il sonno copriva con la stessa grazia della neve, con subdola discrezione, ma senza il candore della bianca innocenza e il silenzio si posava come sabbia sporca sulla testa, facendo perdere i capelli, zavorrando la giovinezza e si raccoglieva tutto intorno con malefica trasparenza.
L’altro giorno mi sono ritrovato ad un funerale a pochi isolati dal mio vecchio giardino, triste come tutti i funerali, ma carico di significati nascosti, nessuna voglia di sguardi curiosi e colpevoli, ma solo un sano dolore per tutto il carico di sofferenza che un suicida ha portato con se e per tutto quello che ha lasciato a tutti i bagnati dalla sua onda lunga.
A pochi isolati, in quelle sere di silenzio e sonnolenza, forse qualcun altro vedeva le polveri sottili cadere, spingendosi oltre, fino a creare intorno un viscido muro che trasudava anidride carbonica, fino a soffocare lo sguardo, fino ad oscurare il Sole, fino ad evocare il Cuore nero e il suo tepore velenoso. Aggressivo e vorace fascino decadente, che guarda al calendario delle maree e conta l’ultimo giorno tuffarsi dalla scogliera di mattoni su un mare di cemento.
Un caro saluto ad Enrico, visto poche volte ma sempre immaginato.